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Jatiluwih viaggio a Bali

La mia prima volta in Asia fu un viaggio a Bali nel 2008, quando ancora abitavo in Australia e Bali era una meta vicina e poco costosa. Ho passato 10 giorni sull’isola con 3 amici, spostandoci con un autista privato alla scoperta di luoghi che all’epoca erano poco turistici come Amed, Nusa Lembogan e il Monte Batur. Come prima volta mi bastò a farmi innamorare di entrambe.

Bali è infatti una delle poche mete in cui ho sempre desiderato tornare, e così è stato. Dopo 10 anni dal mio primo viaggio a Bali ho avuto l’opportunità di partecipare ad un retreat di una settimana con una dell mie insegnanti di danza del ventre fusion preferite, quindi ho colto l’occasione per organizzare la mia versione di viaggia mangia danza, scoprendo Bali in un modo un po’ insolito.
Tornando a Bali ho scoperto che i luoghi che avevo visitato anni prima praticamente senza turisti, sono oggi destinazioni popolarissime il ché mi ha da un lato un po’ rattristato ma dall’altro fatto sentire estremamente fortunata di averli potuti vivere quando ancora erano tranquilli e forse anche più autentici.
Per fortuna tornando nel mese di novembre ho avuto modo di visitare comunque tante attrazioni poco affollate, anche grazie al fatto che era bassa stagione.
Per la prima volta dopo tanti anni mi sono presa qualche giorno per viaggiare da sola prima dell’inizio del retreat di danza. All’inizio ero un po’ timorosa, come se non fossi più “capace” di viaggiare in solitaria, ma una volta approdata mi sono goduta ogni attimo di un viaggio che si è rivelato anche un po’ trasformazionale.

Bali insolita: è ancora possibile visitare Bali fuori dai circuiti turistici?

Ho passato ore ed ore a fare ricerche su internet per scovare qualche posto che non fosse troppo turistico. Impresa ardua in una piccola isola come Bali che riceve ogni anno più di 6 milioni di visitatori internazionali.
Dopo aver scorso centinaia di foto su instagram, articoli di blog e siti vari, ho scelto l’area di Munduk attratta dalla sua vegetazione lussureggiante e la presenza di tante cascate e piantagioni di caffé (sebbene io il caffé neanche lo bevo 🙂 ma per chi lo apprezza in questa zona può trovare il prestigioso Kopi Luwak, o per meglio dire il caffè “cagato”. E si avete capito bene, quel caffé le cui bacche vengono mangiate da questo animaletto che poi una volta tornate in natura vengono raccolte, lavorate e tostate per dar vita ad uno dei caffé più pregiati e costosi al mondo.

E’ possibile raggiungere Munduk con circa 3 ore di auto dall’aeroporto internazionale di Denpasar. Il mezzo di trasporto più popolare per i turisti è noleggiare un’auto con autista privato che ti porta dove vuoi a costi relativamente contenuti per un occidentale. Io ho prenotato il transfer tramite la guesthouse che mi ha suggerito un autista locale che ora vive a Denpasar. Eddy è puntuale e professionale, molto disponibile e con un bel minivan pulito, quindi ho poi deciso di viaggiare sempre con lui durante tutto il mio soggiorno.

Contrariamente alla mia deformazione professionale che mi porta a programmare sempre tutto in anticipo nei minimi dettagli, a questo giro ho prenotato solo i pernotti e lasciato libero il programma di modo che potessi scegliere di giorno in giorno quello che avevo voglia di fare.
Devo ammettere che non è stato facile, la tentazione di prenotare escursioni, itinerari dettagliati e così via è stata grande, ma alla fine mi sono goduta il momento e lasciata trasportare dalle sensazioni in loco.
Ed ho fatto bene, perché ho scoperto per esempio che alcuni luoghi che avrei voluto vedere si sono rivelati in realtà molto diversi da come li si vede su internet o instagram, molto, troppo turistici al punto da sembrare quasi dei parchi tematici. Mi riferisco per esempio alle decine di altalene, cocoon e simili che si trovano ad ogni angolo di Bali dove è ormai il selfie è diventato di rito quindi si creano code e la maggior parte sono siti a pagamento (da 10 a 30 dollari) anche solo per scattare la foto perfetta da poter condividere sui social.

Io ho soggiornato ad una guesthouse trovata su Booking per le buone recensioni e rapporto qualità/prezzo chiamata Bali Rahayu Homestay .

In realtà è possibile (anzi consigliato) prenotare direttamente visto che parlano benissimo inglese e rispondono abbastanza rapidamente alle mail. Lo staff è super gentile e il cibo semplice ma molto ben fatto.

bali of the beaten track

La location è uno dei punti forti, affacciato su distese di campi di riso dove ogni mattina avevo preso l’abitudine di andare a fare una passeggiata prima di colazione, accompagnata dal risveglio della campagna e i primi raggi di sole.

Munduk rice paddies

Viaggio a Bali: cosa fare a Munduk in 3 giorni

A caccia di cascate

Sekumpul, la cascata più popolare di Munduk

Grazie al suggerimento dello staff della guesthouse in cui alloggiavo, ho deciso di partire presto al mattino sia per evitare i gruppi di turisti (che solitamente arrivano dopo le 10) sia perché in questo periodo di piogge (che va da novembre a marzo), le probabilità di imbattersi in un rovescio è maggiore nel pomeriggio. Ho organizzato quindi il pick up col mio autista alle 8, in circa un’ora abbiamo raggiunto la prima cascata, dove è caldamente consigliato noleggiare una guida locale (ovvero ti lasciano poca scelta di accedere per conto tuo).

Essendo io da sola ho preferito non avventurarmi ed ho noleggiato una guida che mi ha caricata al volo sul suo scooter e guidando su una stradina stretta e ripida per circa 5 minuti abbiamo raggiunto il parcheggio più vicino alla cascata. Da qui con un percorso a piedi abbastanza facile (anche se con parecchie scale e un po’ fangoso quindi consiglio comunque delle scarpe adatte a camminare e non le infradito come quelle che indossava la mia guida :), siamo giunti alla prima cascata, la più famosa, chiamata Sekumpul.

Già subito ho notato grosse differenze tra la realtà e quello che avevo visto sulle foto. Questo non significa che ne sono rimasta delusa, anzi era ancora più impressionante di come me l’ero immaginata e, soprattutto, ero completamente sola!

Ho provato ad avvicinarmi a fatica alle prese con i sassi bagnati e scivolosi e l’aria carica di brina proveniente dalla cascata fragorosa alta circa un centinaio di metri. Non riesco proprio a capire come riescano quelle graziose signorine con gli abiti rossi e il cappello di paglia che si vedono quotidianamente su instagram a fare quelle foto perfette in posa senza inzupparsi, perché per me è stato impossibile 🙂

10 minuti a piedi proseguendo lungo il fiume, si giunge infatti ad un ‘altra doppia cascata chiamata Fiji. Di nuovo, nessuno in vista, che fortuna! Quindi il giochino dell’orario funziona?!
Direi di si, a volte bastano davvero poche accortezze per fare la differenza, una mezz’ora in anticipo per cambiare totalmente la tua esperienza di un luogo.

Fiji falls Bali

Altalena a Bali

Sulla via del ritorno all’ufficio guide, ci siamo fermati per una tazza di tè in un piccolo baracchino lungo la strada dove ho potuto anche io vivere il mio momento di gloria ondeggiando su un altalena che era situata appena fuori al bar. Devo ammettere che dopo aver visto quelle lungo il viale principale di Munduk che sono delle pure attrazioni da selfie, non ero molto interessata alla cosa. Ma trovandomi qui da sola non ho saputo resistere e mi sono seduta per provare l’emozione di quando ero bambina.

Bali swing
Banyumala: una cascata dove si può nuotare!
banyumala waterfall

Di ritorno a Munduk, ho deciso di fare tappa ad un’altra cascata un po’ meno popolare rispetto a Sekumpul: le Banyumala waterfalls (l’entrata si trova a circa 600m dal parcheggio + 15 minuti a piedi). In realtà ho trovato più persone qui, forse a causa dell’ora più tardiva. Ad ogni modo, la cascata è stupenda e adatta a fare una bella nuotata visto che il getto d’acqua non è così violento e le acque sono tranquille. Sebbene fosse molto invitante, non ho fatto il bagno perché il tempo stava peggiorando e la temperatura non era per così dire “calda” a sufficienza 🙁

Tambligan Lake Trek

Dopo le cascate ho fatto una piccola pausa pranzo ad un warung (baracchino di cibo lungo la strada)prima di addentrarmi nella foresta per un trekking di un paio d’ore fino al Tambligan lake. Onestamente, la natura qui non è nulla di strabiliante, se non per qualche grossa pianta di ficus e un sacco di piccole sanguisuga che ti si attaccano ad ogni dove. Non sono pericolose ma se andate nella foresta meglio munirvi di repellente per gli insetti da spruzzare anche su scarpe e vestiti.

A parte questo inconveniente, la passeggiata è stata molto piacevole, il luogo molto tranquillo e l’atmosfera un po’ nebbiosa a causa dell’aria carica di umidità minacciosa di pioggia ha reso il lago ancora più mistico. Una volta giunti al lago si attraversa con una tradizionale barchetta a remi, nel mio caso portata da una signora molto timida ma forte.

tambligan lake bali

Note: potete noleggiare una guida locale alla casetta in legno che si trova sulla strada principale. Non saprei dire se sia indispensabile, credo che il sentiero sia facile da trovare anche per conto proprio, ma a me piace ogni tanto farmi accompagnare da una guida locale in modo da avere anche una panoramica sul paesaggio e cultura del posto che visito.

Snorkeling a Menjangan Island

Quando ho prenotato il mio soggiorno a Munduk ero troppo concentrata sulle cascate, trekking nella giungla, templi e non mi ero perciò resa conto che in realtà sarei stata piuttosto vicina anche alla Costa Nord. Appena ho realizzato questa vicinanza, ho cercato subito un tour per il mio secondo giorno per poter fare snorkelling. Cercando la sera prima su Tripadvisor ho trovato una compagnia con ottime recensioni e buon rapporto qualità-prezzo Herman Lovina Tours .

Durante la cena ho scambiato qualche messaggio whatsapp col proprietario che ha risposto in maniera efficiente e organizzato un transfer per me per la mattina successiva.
Herman, un gentile signore balinese con esperienza di lavoro per un’agenzia internazionale, è venuto a prendermi in super orario per portarmi al suo ufficio di Lovina da cui partono i tour giornalieri per Menjangan Island .

Da qui un trasferimento in minivan di circa 1 ora e mezzo ci ha portati al West Bali National Park, dove con una mezz’ora di ferry si raggiunge l’ “isola dei cervi”. E sì perché menjangan in balinese vuol dire proprio “cervo”, e dalle foto capirete perché 🙂

Menjangan island deers on the beach

Non avevo grosse aspettative per questo tour organizzato all’ultimo minuto non avendo io gran esperienze di snorkeling, se non un paio di tour in Australia e Bali a Nusa Lembogan dal mio viaggio precedente, ma devo dire che il tour mi è piaciuto un sacco.
L’isola è davvero piccina e nulla degno di nota, ma tutto intorno si trovano giardini di corallo e un’acqua cristallina stupenda!
A dire il vero i coralli non sono particolarmente colorati a causa dei danni causati dal traffico eccessivo e turisti irrispettosi, in compenso ci sono un sacco di pesci di tutti i tipi tra cui i nemodi e le tridacna giganti (ovvero molluschi giganti molto belli e colorati).
Il tour include due soste per fare snorkeling, attrezzatura inclusa (maschera e pinne, io in aggiunta avevo chiesto anche una muta corta per non rischiare di patire il freddo stando troppo in ammollo ma forse effettivamente si poteva stare anche senza), i trasferimenti da/per Lovina e il pranzo al sacco (scelta tra riso e sandwich).

Contrariamente a quanto avrei immaginato la domenica si è rivelato un giorno molto tranquillo e con pochissimi turisti (eravamo solo il nostro gruppo e un’ altra barca di divers) perché ci hanno spiegato che i giorni festivi c’è una tassa aggiuntiva per disincentivare il turismo. Direi che adempie al suo scopo. In compenso c’erano decine di fedeli che si recano qui per pregare in un piccolo tempio che si trova al lato opposto dell’isola dove non è permesso l’accesso ai turisti.

Menjangan Island sea

I love Jatiluwih: le risaie patrimonio Unesco

Prima di lasciare Munduk, ho fatto una breve sosta al Ulun Danu BerataTemple proprio all’orario di apertura perciò non c’era ancora in giro nessuno (vedete che il trucco dell’orario funziona 🙂
Il tempio è molto grazioso, proteso sul lago con un bel giardino curato, tuttavia nulla di memorabile se comparato con i Mother Temple o Water Temple che avevo visitato durante il mio primo viaggio a Bali.

Di strada per Canggu (situato sulla costa sud-occidentale a circa 3 ore in auto da Munduk), ho scelto di fare tappa al sito Unesco di Jatiluwih. Un posto straordinario difficile da rendere a parole. Si tratta di una distesa a perdita d’occhio di terrazze di piantagioni di riso, quella che per me rappresenta ancora oggi l’immagine più rappresentativa di Bali.

Lookout over Jatiluwih rice paddies

Non appena abbiamo approcciato il primo lookout sulle risaie, un campanello ha suonato nel cassetto della mia memoria riportandomi indietro di 10 anni. Ho infatti riconosciuto quel panorama che fa da sfondo proprio ad una delle tante foto che ho stampato e appeso in giro per casa. Sono certa però che la prima volta non ho visitato il sito a piedi, probabilmente ci eravamo solo fermati per una bella foto “cartolina”.

A questo giro invece mi sono presa tutta la mattinata per esplorarlo, perdendomi nel verde rilassante delle risaie accompagnata dal rumore dei canaletti di irrigazione e il suono dei campanelli che ondeggiano al vento. Un’atmosfera che ancora ora a ripensarci mi dona una gran pace dei sensi.

La cosa più straordinaria è stata sicuramente l’aver visitato Jatiluwih praticamente da sola! Infatti, nelle 3 ore abbondanti di camminata lungo i sentieri ben segnati, ho incrociato solo una coppia di ragazzi belgi con la loro piccola figlia di 6 mesi. Abbiamo scambiato qualche parola perché io appena riconosciuto il loro accento belga li ho salutati e loro sono rimasti sorpresi non li confondessi con dei francesi. Percorso poco tragitto insieme li ho salutati per proseguire in totale solitaria la mia esplorazione. Quest’incontro mi ha fatto realizzare che in fondo Bali è una meta molto adatta anche per famiglie!

Nota: se programmate una visita a Jatiluwih si consiglia di essere muniti di crema solare, cappello e acqua abbondante perché non c’è molta ombra dove ripararsi e può diventare piuttosto caldo. Concedetevi almeno 2-3 ore per camminare liberamente tra i sentieri di media lunghezza in modo da potervi addentrare un minimo tra le risaie.

Prima di raggiungere la mia destinazione finale, il mio autista Eddy mi ha consigliato di visitare il Tanah Lot Temple, un must per chi visita Bali, ancora di più se si soggiorna nella costa ovest. Ricordavo di esserci già stata ma essendo in anticipo sul mio orario di check in ne ho approfittato per tornarci. Il posto in effetti è molto bello, il tempio completamente circondato dal mare che si infrange sulla sua scogliera durante l’alta marea, come quando sono stata io.

Tuttavia, a differenza di come me lo ricordavo, il sito è ora super turistico con grandi parcheggi per auto e bus turistici collegati al sito da viali colmi di negozi di souvenir e marche internazionali, onestamente non il mio genere ma perfetto per chi ama lo shopping 🙂

Quando “convenzionale” è sinonimo di qualità: il cibo tradizionale balinese

Devo ammettere che non avevo dei gran ricordi del cibo balinese dal mio primo viaggio, probabilmente non ne ero rimasta impressionata positivamente perché avevamo spesso mangiato in ristoranti turistici nonostante le nostre ripetute richieste all’autista di allora di consigliarci posticini tipici dove poter assaggiare la cucina autentica. E invece finivamo sempre col mangiare dei nasi goreng (piatto tipico balinese a base di riso e verdure) non particolarmente degni di nota.
Al contrario, durante la mia ultima visita, ho fatto la scorta di piatti locali che hanno decisamente migliorato il mio apprezzamento della cucina balinese.

I piatti che più mi hanno colpito sono il Gado Gado (un mix di verdure condite con salsa di arachidi), il Laklak (specie di pancke dolce di colore verde ripieno di cocco grattugiato e zucchero di palma, una bontà!) e ovviamente non potevo perdermi il Babi Guling (specie di porchetta cucinata con differenti spezie e erbe aromatiche, piuttosto piccante e servita con la cotenna croccante). Me ne hanno parlato tutti dal primo giorno del mio arrivo come il piatto tipico per eccellenza dell’area di Munduk quindi prima di lasciare questa zona ho chiesto al mio autista Eddy di fermarsi in un warung (chiosco che serve cibo per strada). Ero l’unica occidentale circondata da ragazzini in divisa appena usciti da scuola, giovani lavoratori in pausa pranzo e donne anziane che mi guardavano con aria interrogativa. La vera esperienza di cibo locale a cui tanto ambivo.

Questo è stato il mio ultimo sfizio prima di immergermi in una dieta vegetariana disintossicante a base di tanta frutta, verdura fresca e legumi per tutta la durata del retreat di danza.

Comunque deliziosa! A volte un po’ di detox ci sta 😉

Balinese fresh fruit

Viaggio a Bali e retreat di danza

Pratico danza del ventre da ormai 15 anni durante i quali ho studiato con insegnanti internazionali di vari stili per arrichhire sempre più la mia formazione sia di danzatrice che insegnante. Seppur non è la mia attività principale, tengo classi due volte la settimana ed è per me un modo di tenermi in forma e arrotondare divertendomi.
Purtroppo la zona dove vivo non offre grosse opportunità di studio in questo senso quindi sono abituata a spotarmi nelle città per seguire corsi di aggiornamento, workshop e far parte di progetti e compagnie di danza. Da 4 anni ormai seguivo i video di Colleena Shakti, un’insegnante di danza indiana classica e fusion di cui sono innamorata, sognando un giorno di poter partecipare ai suoi retreat a Bali. Lo scorso Novembre ho deciso che era arrivato finalmente il momento.

Inutile dire che è stata una delle esperienze più belle della mia vita non solo come danzatrice ma anche come persona.

Una settimana interamente dedicata allo yoga, studio della danza, alimentazione sana e condivisione con altre 9 ragazze internazionali con cui si è da subito instaurato un bellissimo rapporto di sorellanza.

Come funziona un retreat di danza

Iniziavamo ogni giorno alle 8 con un’ora e mezzo di yoga, dopo una breve pausa per colazione si continuava con 2 ore di danza e tecnica. Un po’ di relax in piscina, visto le temperature bollenti di Bali. Pranzo e un paio d’ore di relax.
Si riprendeva alle 17 circa per altre 2-3 ore di danza e lavoro coreografico. Dopo cena un paio d’ore di teoria sull’estetica e filosofia Indiana. Ovviamente essendo a Bali non è mancata anche una lezione di danza tradizionale balinese con un’insegnante locale eccezionale impegnata nella preservazione della tradizione e cultura locale, oltre che ferma sostenitrice delle politiche per la riduzione della plastica in cui è attivamente coinvolta per sensibilizzare un’isola che si trova a dover far fronte alla gestione sempre crescente di rifiuti, anche a causa degli elevati numeri di turisti.

Questa è stata la nostra tabella giornaliera per una settimana indubbiamente intensa e faticosa ma altrettanto rigenerante e d’ispirazione, che si è conclusa con una piccola performance per celebrare questa splendida esperienza.

Terminato il retreat avevo ancora un giorno a disposizione, siccome avevo già visitato un po’ l’isola la prima settimana, ho preferito seguire Colleena in un altro workshop che teneva ad Ubud presso il Soulshine Bali. Una vera oasi di relax dove tutto è concepito per farti sentire il benvenuto.

Bali soulshine Ubud

Sicuramente il posto è un po’ fuori budget e tipologia per i miei standard, ma ci stava per concludere un viaggio che è stato per tanti versi trasformazionale.

Bali jatiluwih rice paddies

Se Bali aveva già conquistato il mio cuore durante il mio primo viaggio, questa seconda esperienza non ha fatto altro che rafforzare il mio amore per una destinazione straordinaria. Può sembrare un cliché perché tutti parlano di Bali come un paradiso terrestre. Beh, non posso che confermare che le sensazioni che si provano su quest’isola sono esattamente queste. Bali ha la potenzialità di trascinarti fuori dalla routine e metterti in contatto col tuo io più profondo. Non mi stupisce infatti che molti occidentali la scelgano come meta dove costruirsi una vita.
Io personalmente non ci vivrei, ma sicuramente è una delle poche mete dove sono stata che non solo ci sono tornata una seconda volta, ma ci tornerei ancora 🙂

 

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