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Danum Valley Borneo

Un paio di anni fa mi ero imbattuta in una proposta di viaggio in Borneo che mi aveva davvero incuriosita e da allora abbiamo preso in considerazione più volte di organizzare un viaggio lì, ma abbiamo sempre rimandato per mancanza di tempo e soldi. Così quando quest’estate ci siamo ritrovati a scegliere la destinazione per il nostro viaggio di nozze ed entrambi avevamo voglia di un viaggio un po’ avventura e lontano dai circuiti di massa, il Borneo ci ha trovato subito d’accordo.

Solitamente sono io ad occuparmi dell’organizzazione dell’itinerario, Miles preferisce l’effetto sorpresa 🙂
In questo caso però non è stato esattamente semplice visto che non conoscevo praticamente nulla di questo Paese. Concordavamo sul fatto di voler fare un viaggio fai-da-te e non in gruppo e il più possibile eco-sostenibile. Così dopo settimane di ricerche sul web ho selezionato quelle che sembravano per noi le migliori esperienze di ecoturismo in Borneo.

Ho costruito un itinerario ad hoc per i nostri gusti che comprendesse tre progetti di ecoturismo che ci hanno portati alla scoperta della foresta vergine dove abbiamo visto oranghi in natura, a visitare un centro di conservazione per le tartarughe dove abbiamo assistito alla nascita di queste piccole creature, fino ad immergerci nel cuore del Borneo vivendo avventure uniche e a contatto con la cultura locale.

Il mare non è mai tra le nostre priorità quando selezioniamo le mete per i nostri viaggi, al massimo ci concediamo, dove possibile, un paio di pomeriggi per riposarci, visto che siamo soliti a itinerari piuttosto intensi.
A questo giro però trattandosi di un lungo viaggio impegnativo abbiamo deciso di lasciare tre giorni liberi prima di rientrare per ricaricare le batterie.
Siccome avevamo sentito parlare molto bene delle piantagioni di tè delle Cameron Highlands in Malesia (dovete sapere che sia io che Miles adoriamo il tè!) volevamo assolutamente inserire questa tappa al ritorno dal Borneo. Quindi gli ultimi tre giorni del nostro viaggio sarebbero stati necessariamente in Malesia, dove andare? Tutti ci consigliavano le Perenthian Islands, che sono indubbiamente bellissime, ma proprio perché le conoscono tutti abbiamo preferito un’altra isola meno turistica, Kapas Island. Ma vi parlerò di questa parentesi in Malesia in un articolo dedicato 😉

Il Borneo è la terza isola più grande al mondo ed è divisa tra tre nazioni: Malesia (stati del Sabah – dove siamo stati noi, e del Sarawak), Indonesia (stato del Kalimatan) e lo Stato del Brunei. Prima degli anni ’60 era una colonia britannica e dopo l’indipendenza si è unita alla federazione conosciuta oggi come Malesia, che alle sue origini contava Malia (l’attuale penisola malese), il Borneo, Brunei e Singapore. Questi ultimi due si sono distaccati dopo breve lasciando Borneo e Malia come unici Stati della confederazione.
Perché è importante sapere questo passaggio storico? Perché al contrario di quello che si potrebbe pensare (noi in primis avevamo quest’idea errata prima di visitarlo) il Borneo settentrionale è un Paese piuttosto avanzato rispetto alla media degli altri paesi asiatici che conosciamo, basando la sua economia principalmente sul settore minerario e servizi.
Inoltre, per quanto riguarda lo stato del Sabah, ad eccezione delle città come Kota Kinabalu e Sandakan, la maggioranza è Cristiana e non Musulmana come nel resto della Malesia.

Ecotourismo in Borneo: Danum Valley Field Centre, foresta vergine e oranghi

Non siamo amanti di parchi, zoo, acquari e simili. Preferiamo di gran lunga osservare gli animali nel loro habitat naturale. Quando abbiamo iniziato a pianificare il nostro viaggio in Borneo quindi mi ci sono volute un bel po’ di ricerche per capire quali fossero i luoghi migliori per avvistare oranghi e tartarughe in natura.
Ovviamente in questo modo, a differenza dei cosiddetti santuari o riserve, non si ha la certezza di vederli, ma fa parte del bello dell’esperienza non trovate?

La Danum Valley è un’area di conservazione che copre 438 km quadrati e dal 1986 ospita il Danum Valley Field Centre, il più grande centro di ricerca su flora e fauna del Sud-Est Asiatico. Qui vivono oranghi, gibboni, elefanti pigmei, gatti-leopardo, lemuri e tantissime altre specie di uccelli e insetti in quella che è la foresta pluviale più antica al mondo, ancor più di quella amazzonica, con i suoi 130 milioni di anni.

Danum Valley forest

Il centro studi conduce ricerche su varie specie animali e vegetali e studi sul cambiamento climatico. Si occupa inoltre di programmi di conservazione spesso finanziati anche da compagnie internazionali come Ikea, che sostengono la ri-forestazione di questa parte del Borneo.
Infatti, come probabilmente molti di voi sapranno, le foreste del Borneo hanno subito una forte deforestazione soprattutto negli anni ’70-’80, per far spazio alle piantagioni di olio di palma.
Dagli anni Novanta però sempre più viaggiatori hanno mostrato interesse nel visitare queste aree di conservazione così il Centro Studi si è attrezzato per ospitare i visitatori accompagnandoli con i propri rangers alla scoperta della foresta vergine e dei suoi abitanti.

Oggi il Field Centre offre un campeggio con area condivisa provvista di una sorta di brande all’aperto, un ostello 48 posti diviso tra maschi e femmine e alcune stanze private, come quella in cui abbiamo soggiornato noi. Non aspettatevi lusso o comodità tipiche delle strutture ricettive “classiche” perché questo luogo nasce prima di tutto come un centro di ricerca perciò è tutto molto “basic”, seppur confortevole. La nostra camera era provvista di due letti singoli, bagno privato (acqua fredda), ventilatore (no aria condizionata) e corrente elettrica solo nelle ore diurne (di notte infatti viene staccata per motivi di risparmio energetico).
Tuttavia, il vero motivo di visita non è la struttura ma tutto quello che la circonda e, credeteci, ne vale davvero la pena!


Abbiamo deciso di visitare la Danum Valley affidandoci ad un tour operator locale di turismo responsabile Sticky Rice che ci ha fornito trasferimenti da/per aeroporto di Lahad Datu, 3 notti in pensione completa e una guida naturalista che ci ha accompagnato in passeggiate all’alba, pomeridiane e persino notturne, permettendoci di osservare oranghi, gibboni, gatti leopardi e un sacco di altri animali interessanti.

red monkey Danum Valley

Il momento più emozionante e memorabile per noi è stato senza dubbio osservare una famiglia di oranghi (mamma con due piccoli) svolgere indisturbati le loro attività mattutine ovvero giocare, mangiare frutta (il durian è il loro frutto preferito!) e farsi le coccole. Avremmo potuto passare ore a guardarli attraverso la lente del nostro binocolo, un’esperienza davvero speciale.

Watching orangutans at Danum Valley

Tuttavia, oltre all’avvistamento degli animali in natura, camminare immersi nella natura rigogliosa della foresta vergine è di per sé un’esperienza unica.

L’unico inconveniente è la presenza di sanguisuga! Ebbene sì, perché nonostante pantaloni e maniche lunghe e le calze appositamente fornite dalla nostra agenzia, ti si arrampicano comunque addosso e bisogna quindi prestare molta attenzione. Io dopo la passeggiata notturna per esempio ne avevo una bella cicciona attaccata sotto l’ascella, non vi dico le comiche con Miles alle prese per staccarla.

Perché la Danum Valley è un esempio di ecoturismo in Borneo?

-Per prima cosa la Danum Valley non è invasa dal turismo di massa sia per la sua non facilissima accessibilità (2 ore di fuoristrada, seppur ben tenuta, da Lahad Datu) oltre al fatto della limitata disponibilità di posti letto. Per questo attira principalmente viaggiatori individuali appassionati di natura e wildlife.

-Qui potete osservare gli animali nel loro habitat naturale e indisturbati dalla presenza dei ricercatori.

-Il Centro Studi conduce programmi di conservazione come quelli di ri-forestazione e inoltre applica una politica di zero-spreco ovvero nessun materiale di plastica quali bottiglie o simili, dispongono di distributori di acqua potabile dove è possibile riempire la propria borraccia, oltre ovviamente a differenziare e riciclare i rifiuti.

Programmi di conservazione degli oranghi

Gli oranghi sono riconosciuti da tutti come degli animali adorabili, tuttavia rischiano l’estinzione a causa delle attività dell’uomo quali la deforestazione, che ne sta compromettendo l’habitat, e il bracconaggio. E sì proprio così, ci sono ancora persone che credono sia normale averli come animali domestici!!
Per questo motivo esistono vari centri di riabilitazione e conservazione degli oranghi che li assistono prima di re-introdurli in natura.

Questo processo è però molto lungo e delicato, ci possono volere fino a 7 anni prima che siano pronti a tornare nel loro habitat naturale, e addirittura alcuni non vi torneranno mai più, soprattutto se sono stati addomesticati da molto piccoli.

I programmi di recupero attraversano varie fasi:

1- Centro di riabiltazione, come per esempio Sepilok Orangutan Rehabilitation Centre , dove i piccoli orfani vengono accuditi da delle infermiere ed educatrici che gli insegnano a procacciarsi il cibo, arrampicarsi e vivere in natura.

2- Riserve o santuari in cui vengono lasciati per un periodo di “prova” ancora sotto il controllo dei rangers prima di lasciarli liberi in natura. Un esempio che potete visitare è il Tabin Wildlife Reserve

3- Quando finalmente sono nuovamente autosufficienti e quindi non più a rischio, vengono rilasciati in natura.

Noi abbiamo scelto di non visitare centri di riabilitazione o santuari, sebbene l’idea di vedere i piccoli così da vicino è stata una tentazione. Abbiamo optato per sfidare la fortuna e provare a vederli in natura nella Danum Valley e devo ammettere che è stata la scelta migliore. Siamo stati premiati vedendoli tutti i giorni e l’emozione di poterli osservare nel loro comportamento naturale non ha per noi prezzo.

Ecotourismo in Borneo: centro di conservazione delle tartarughe a Libaran Island

Un’altra esperienza incredibile di ecoturismo che abbiamo vissuto in Borneo è stata visitare Libaran Island.
Turtle Island, come suggerisce il nome stesso, è senza dubbio la destinazione prediletta da chi visita il Borneo per vedere le tartarughe depositare le uova sulla spiaggia e le uova schiudersi rilasciando le piccole tartarughine in mare. Questo ha però portato questa piccola isola ad essere invasa di turisti e, come sapete, a noi i luoghi troppo turistici non piacciono granché.
Così abbiamo preferito Libaran Island, un’isola più piccola e ai margini del Turtle Island Marine Park, raggiungibile con 45 minuti di fast boat da Sandakan (cittadina al nord del Sabah).

Libaran Island beach

Devo ammettere che non è stato semplicissimo prenotare il nostro soggiorno qui perché le informazioni sul web erano all’epoca poche e poco chiare. Avevo chiesto disponibilità ad un portale di booking ma nel giro di un paio di giorni in cui avevo ultimato l’itinerario e prenotato tutti i voli, al momento della conferma mi avevano risposto che era tutto esaurito!
Ovviamente non potevo modificare di nuovo tutto il programma ma mi dispiaceva rinunciare a questa tappa, così ho cercato un altro mezzo per prenotare finché mi è giunta in soccorso Expedia! Ho trovato una tenda disponibile e prenotato al volo. Col timore però vi fosse un overbooking ho poi contattato via Facebook il centro di conservazione per avere conferma dell’avvenuta prenotazione (deformazione professionale da tour operator 🙂

Ora potete più semplicemente prenotare direttamente sul sito Walai Penyu.
Sull’isola non vi è alcuna attività commerciale se non il piccolo campo tendato che offre 20 tende sulla spiaggia, un blocco di bagni e docce in comune e un’area dove vengono serviti colazione, pranzo e cena.
E’ quindi super esclusivo sebbene non lo definirei esattamente un “glamping” come viene pubblicizzato. Quando siamo stati noi (agosto 2019) il costo per 1 notte in pensione completa, inclusa di trasferimenti in barca da/per Sandakan aveva un costo di circa 100 euro a persona.

Ma anche in questo caso, il vero motivo per cui vi consigliamo di venire qui è indubbiamente per scoprire il progetto di ecoturismo che stanno portando avanti.

Il progetto è stato inaugurato nel 2012 e da allora più di 30.000 tartarughe sono nate assistite dal centro e rilasciate in mare aperto. Il programma include anche la sensibilizzazione delle persone che vivono nel villaggio riguardo ai temi della sostenibilità e in particolare della plastica. Infatti, questa splendida isola riceve ogni giorno tonnellate di rifiuti sulle proprie spiagge portati dalla marea. Quindi hanno lanciato un’iniziativa per cui alcune persone del luogo (oltre che associazioni e società) “adottano” dei lotti di 100 metri di spiaggia che si impegnano a tener pulita. Posso garantirvi che il lavoro da fare è davvero immane e sembra senza fine.
Quello che però ci ha più sorpresi è stato visitare il villaggio che si trova sul lato opposta dell’isola e ospita circa 400 persone che vivono di pesca e costruzione di barche. Avendo visto la condizione delle spiagge onestamente non ci aspettavamo granché e invece lo abbiamo trovato super pulito e ordinato! Tutta la plastica che viene raccolta viene riutilizzata per decorare le case e i giardini in un modo davvero originale 🙂

Come funziona la “hatchery” (“vivaio” delle tartarughe)?

La popolazione di tartarughe è a rischio di estinzione a causa dei predatori e dell’attività dell’uomo (bracconaggio e inquinamento dei mari).

Per questo motivo i centri di conservazione come quello di Libaran Island sono assolutamente indispensabile.

Pensate che in natura la speranza di vita di una tartaruga è davvero bassissima!
Solo il 50% delle uova si schiudono riuscendo ad evitare di essere mangiate da predatori come uccelli o varani. Di queste solo 1 su 1000 riesce poi a sopravvivere e diventare adulta!
L’azione della hatchery aumenta questa percentuale fino al 80/90% quindi è già moltissimo.

Come funziona in pratica? Ci sono rangers che pattugliano le spiagge ogni sera per avvistare se una mamma tartaruga si accinge a depositare le uova. Una volta finita questa operazione, i responsabili del vivaio le trasferiscono all’interno della hatchery scavando una buca profonda 50-70cm protetta da una rete che impedisce ai predatori di accedervi. Le uova rimangono in incubazione per 50-60 giorni. Quando si schiudono i rangers trasferiscono le piccole appena nate sul bagnasciuga da dove possono in breve tempo e senza interferenza raggiungere l’acqua e addentrarsi in mare aperto.

Il giorno che siamo arrivati sull’isola la situazione non si prospettava delle migliori. A causa della marea il livello dell’acqua era bassissimo e non ci era possibile non solo fare snorkelling ma nemmeno una nuotata! Così abbiamo camminato sulla spiaggia e in mezzo al mare fino quasi a raggiungere un’altra isola lì di fronte.

Libaran Island beach

Ci era stato detto che non vi erano uova pronte a schiudersi quindi avevamo già abbandonato l’idea e coltivavamo impazienti la speranza di poter almeno avvistare una mamma tartaruga depositare le uova durante la notte.

Invece al tramonto, di ritorno dalla nostra passeggiata al villaggio, la nostra guida ci ha chiamati con urgenza alla hatchery dove nel giro di pochi minuti abbiamo assistito alla nascita di ben 4 tartarughine!
Vedere la sabbia pulsare e le testoline uscire è stata a dir poco un’esperienza emozionante.
Di lì a poco le abbiamo salutate augurandogli buona fortuna mentre si avventuravano in mare aperto.

baby turtle at Libaran Island hatchery

Ecoturismo in Borneo: il progetto di comunità Orou Sapulot

Sapulot è un’area al cuore del Borneo al confine con lo stato indonesiano del Kalimatan dove abbiamo trascorso tre giorni organizzati dal progetto di comunità Orou Sapulot .

Preparatevi perché arrivarci è un po’ un’impresa visto le due ore e mezza in bus di linea da Kota Kinabalu a Keningau, un ulteriore due ore di transfer privato in 4×4 (non tutto fuoristrada non preoccupatevi 🙂 per terminare con 15 minuti di barca per giungere al nostro primo campo base lungo il fiume, ma posso dirvi che ne vale la pena perché vi sentirete di vivere un’esperienza davvero esclusiva.

Tutto è pianificato nei minimi dettagli. Noi eravamo gli unici due viaggiatori presenti non solo nel nostro tour ma in tutta la zona! Seguiti costantemente da una guida a testa e viziati dalla cucina deliziosa delle famiglie locali che si alternavano nel prepararci pranzi e cena. Eh sì perché I luoghi dove vengono organizzati i pernotti sono dei campi base allestiti ad hoc in natura e dove durante la vostra permanenza si trasferisce un “team” di locali che si occupano di voi da mattino a sera!

Infatti, lo scopo principale di questo progetto di comunità è proprio quello di coinvolgere le persone del posto che prestano servizio come guide, cuochi, autisti in uno scambio che arricchisce sia il visitatore che la comunità locale, innanzitutto da un punto di vista culturale, e poi ovviamente con un impatto anche sull’economia del posto.

L’intento del fondatore Richard (discendente della tribù locale Murut, la seconda per importanza nello stato del Sabah dove ce ne sono ben 32, e orgogliosamente conosciuti come tagliatori di teste!) è proprio quella di accompagnare il viaggiatore in una scoperta autentica della Regione e allo stesso tempo stimolare i locali dal punto di vista della consapevolezza circa la conservazione ambientale e delle tradizioni, l’educazione delle nuove generazioni e la creazione di opportunità di lavoro per evitare l’esodo verso le città.

Noi siamo stati accolti da Virgil, il figlio di Richard, che ci ha illustrato il progetto sperimentale di agricoltura sostenibile e biodiversità che stanno portando avanti nella loro fattoria, prima di ospitarci nella loro “long house” (letteralmente “casa lunga” ovvero case pluifamigliari tipiche di questa zona dove vivono più nuclei famigliari del villaggio condividendo uno spazio comune utilizzato per feste e cerimonie dove abbiamo assistito ad una performance di danze tribali.
La passione e gentilezza di questa famiglia e di tutti I loro collaboratori sono quello che rendono questo tour davvero speciale e unico rispetto a molti tour commerciali.

In questi tre giorni siamo riusciti a disconnetterci totalmente dalla nostra routine quotidiana, pensieri e preoccupazioni, lasciando i nostri telefoni spenti e godendoci a pieno ogni minuto di questa preziosa immersione nella natura.

Abbiamo vissuto esperienze avventurose come esplorare grotte, arrampicarci su un pinnacolo e discendere le rapide di un fiume, oltre a dormire in luoghi super esclusivi in contatto con la natura, all’aperto sulle sponde di un fiume o in una tenda accanto ad una splendida cascata, gustato le pietanze tipiche locali preparate per noi.

Attività off-limits a Sapulot

Mi piace ricordare sempre che off-limits non significa solo fare attività folli tipo buttarsi con un paracadute (cosa che peraltro ho fatto in Australia, oltre a molte altre che descrivo in questo articolo), ma più semplicemente riguarda tutto ciò che ci spinge oltre i nostri limiti superando le nostre paure, quindi è tutto molto relativo e soggettivo.

Durante i nostri tre giorni trascorsi a Sapulot abbiamo vissuto delle esperienze incredibili, alcune anche piuttosto avventurose che ci hanno portati appunto “oltre i nostri limiti”, permettendoci di scoprire questo territorio affascinante da diverse angolazioni:

Grotte: la “Pungiton Cave” (letteralmente “grotta dei pipistrelli”), è un’enorme grotta conosciuta e frequentata solo dai locali, composta da vari ambienti disposti su più livelli, completamente bui e abitati da centinaia di pipistrelli (da qui il nome) e attraversata da un ruscello che devi attraversare a piedi in più punti. C’è anche qualche stalattite e stalagmite ma di recente formazione, quel che è più impressionante sono queste stanze enormi e le formazioni rocciose. Miles non ama addentrarsi troppo nelle viscere della terra perciò questa è stata decisamente la sua attività off-limits;

caving at Pungiton Cave

Arrampicata: il Batu Punggul è un pinnacolo calcareo che si erge per ben 200 metri di altezza dalla foresta pluviale. E’ un luogo sacro per la popolazione locale in quanto si dice che I vedovi vi si rechino quando muore la consorte e butti dalla sua sommità un oggetto appartenente all’amata in simbolo di liberazione dal loro legame.
Per raggiungerlo ci vuole un breve tragitto in barca e circa 15/20 minuti a piedi. Non aspettatevi ferrate o vie d’arrampicata attrezzate come ci aspetteremmo in Europa perché vi ritroverete ad arrampicarvi a mani nude sulla roccia, aggrappandovi a radici e un tubo di gomma! Tuttavia, non è nulla di particolarmente estremo (se l’ho fatto io che non sono un’amante dell’arrampicata!), ci sono solo un paio di punti esposti e il panorama dall’alto ripaga ampiamente la fatica. Ci vuole circa mezz’ora per raggiungere la vetta e per noi la parte più faticosa è stato il caldo! E sì perché ci hanno fatto salire in tarda mattinata perché la mattina presto l’umidità rende la roccia scivolosa, così ci siamo ritrovati in vetta sotto il sole di mezzogiorno e il caldo umido estenuante tipico del Borneo. Questa è stata la mia esperienza off-limits, non avrei mai pensato di scalare questo pinnacolo con tale facilità perciò mi sono sentita molto fiera di me 🙂 (ps: siamo stati assistiti nella salita e discesa da una guida locale e testa)

Discesa delle rapide sul Sapulot River, il fiume che attraversa il Sabah fino a buttarsi nello stato del Kalimatan. A bordo delle tipiche imbarcazioni di legno utilizzate dai locali per raggiungere i propri villaggi adagiati sulle rive del fiume e raggiungibili solo via acqua. Quando siamo arrivati in questa regione ci era stato detto che probabilmente non saremmo riusciti a svolgere quest’attività a causa del livello dell’acqua troppo basso dovuto alla insolita carenza prolungata di piogge. Invece proprio la sera prima c’è stato un acquazzone che ci ha permesso di navigare il fiume ed effettivamente ci è piaciuto un sacco! Certo i tempi sono stati un po’ dilatati perché il livello era comunque basso quindi I nostri skipper hanno dovuto fare molta attenzione nelle rapide a non toccare la barca quindi abbiamo passato 1 ora e 40 per la discesa fino al confine con l’Indonesia, dove ci siamo fermati sulla sponda del fiume per il nostro pranzo picnic di rito, e ben 2 ore al ritorno risalendo il fiume e le sue cascatelle, piuttosto impressionante a dire il vero, abbiamo dovuto persino far scendere le due guide che hanno proseguito a piedi perché altrimenti eravamo troppo pesanti e imbarcavamo acqua!

Al di là comunque dei momenti adrenalici ci è piaciuto navigare il fiume e osservare la vita di questi villaggi così lontani dalla civiltà nello spazio e nel tempo, incluse le tipiche “long house” di cui vi parlavo sopra. Ce n’era una che ospita addirittura 200 persone, impressionante!

Per noi Orou Sapulot è stata una vera scoperta, quello che posso davvero definire un progetto di comunità, di turismo responsabile e trasformazionale, perché ogni esperienza vissuta in questi tre giorni ci ha messo in contatto con la natura, con i nostri limiti, con le popolazioni locali, con quello che per noi è il Borneo più autentico. Un mini viaggio all’interno del viaggio che sicuramente non dimenticheremo mai.

boat ride on Sapulot River ecoturismo Borneo

Comments:

  • 4 Aprile 2020

    Bellissimo. Il Borneo ci gira in testa da un po’, ma per una serie di motivi ancora non ci siamo stati. Queste tre esperienze sono meravigliose: ci siamo salvati la pagina tra i segnalibri, chissà che in futuro non si riesca anche noi a vivere il Borneo più autentico come avete fatto voi

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